Assertività e Training Assertivo

L’assertività viene definita come una competenza sociale, “la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo, nel contempo, una positiva relazione con gli altri; oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti; sentimenti; convincimenti e interessi evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri” (Galeazzi, Porzionato, 1998).
Cenni Storici
Nel 1949 lo psichiatra statunitense Andrew Salter, con il testo Conditioned Reflex Therapy, gettò le prime basi per lo sviluppo delle tecniche di quello che oggi, in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, viene chiamato Training Assertivo.
Salter nel delineare il profilo di una personalità “eccitatoria” descrisse un individuo in grado di esprimere i propri punti di vista e le proprie emozioni apertamente, in modo entusiasta e spontaneo. Al contrario, un soggetto con personalità “inibita” veniva descritto dall’autore come schiavo della logica e del pensiero, incapace di riconoscere ed esprimere i suoi sentimenti più intimi e di assecondare i suoi impulsi naturali. Salter ipotizzò che la maggior parte degli scompensi psicopatologici fosse riconducibile a tratti di personalità inibiti, cioè a tratti che si formavano nella relazione precoce con figure parentali che tendevano ad inibire, spesso anche con modalità punitive, la produzione di determinati comportamenti sociali.
Al fine di promuovere modalità eccitatorie nelle personalità inibite, producendo dunque “disinibizione”, Salter sviluppò sei esercizi:

  • Il Feeling-Talk, che consisteva nell’insegnare ai soggetti a non limitarsi ad esporre un fatto, ma ad arricchirlo con le proprie emozioni.
  • Prestare attenzione alla propria mimica facciale, in modo che essa risultasse congrua con l’emozione provata, così da poter essere un ausilio nel trasmettere all’altro le proprie emozioni.
  • Esercitarsi a sostenere un parere contrario a quello di un’altra persona, non simulando condiscendenza.
  • Unire il Feeling-Talk all’utilizzo del pronome “IO” al fine di non trincerarsi dietro giudizi impersonali.
  • Esprimere riconoscenza nel momento in cui si riceve un complimento, accettandolo senza metterlo in discussione.
  • Vivere in modo spontaneo, evitando di pianificare troppo; riscoprire la spontaneità e l’improvvisazione.

Nel 1959 Joseph Wolpe introdusse il termine assertiveness e, riprendendo quanto teorizzato da Salter, sostenne che fosse necessario che le persone acquisissero la capacità di esprimere apertamente i loro sentimenti, al fine di assumere un comportamento sano. La terapia sviluppata da Wolpe poneva l’accento sulle cause dei comportamenti anassertivi. Nella sua pratica clinica lo psichiatra aveva osservato come l’insicurezza fosse spesso legata ad ansia sociale, che il soggetto sperimentava in determinate situazioni. La paura di trovarsi in una certa situazione riduceva le possibilità di successo e il fallimento incrementava la paura stessa. In questo modo, l’ansia sociale e le manifestazioni comportamentali ad essa correlate si automatizzavano, mantenevano e manifestavano in diverse situazioni della vita quotidiana.

  • Wolpe riteneva che l’ansia sociale si manifestasse in diverse forme: nella paura delle critiche o del rifiuto, delle apparizioni pubbliche, di confrontarsi con il proprio capo, di trovarsi in situazioni nuove, di fare richieste o di dare aiuto. L’autore notò che queste paure erano presenti nella mente di ogni persona, e che, tuttavia, nei soggetti anassertivi divenivano dominanti, bloccando le loro
    attività sociali. Wolpe ipotizzò, dunque, un ruolo centrale dell’ansia nel determinare comportamenti anassertivi, sostenendo che le tecniche di condizionamento comportamentale aiutassero le persone a dominare le proprie difficoltà nel mettere in atto comportamenti assertivi.
    Da queste teorizzazioni era possibile concludere che l’ansia e la paura provocassero l’anassertività e che questa portasse le persone a preoccuparsi di:
  • Imbarazzare loro stessi, esprimendo affetto o venendo rifiutati, e di venir criticati per questo
  • disturbare o ferire gli altri e di venir criticati per questo

Lo scopo della terapia era liberare l’individuo dall’ansia sociale e mantenere alti livelli di autostima, a prescindere dai fallimenti incontrati durante la propria vita. Partendo da queste nuove osservazioni, Wolpe, in continuità con il lavoro condotto da Salter, sviluppò tecniche volte ad acquisire la capacità di esprimere i propri sentimenti apertamente, di comportarsi spontaneamente e di comunicare liberamente a diversi livelli. Compito del terapeuta era di incoraggiare i pazienti ad esprimere sé stessi con modalità assertive in situazioni dove più facilmente avrebbero avuto successo.
Wolpe osservò, tuttavia, che in alcuni casi i comportamenti anassertivi erano il risultato di un mancato apprendimento, dovuto all’assenza di rinforzi o di modelli adeguati; in questi casi l’ansia era, dunque, la conseguenza della mancanza di assertività e non la causa.
Nel suo lavoro The Practice of Behavior Therapy (1969), Wolpe classificò i comportamenti assertivi in due tipologie di espressione:
1. Affettiva – che esprime affetto in modo appropriato
2. Oppositiva – che esprime opposizione o fa richieste ad altri in modi socialmente appropriati.

Successivi lavori, redatti in collaborazione con Arnold Lazarus, portarono allo sviluppo del primo questionario sull’assertività, volto ad indagare nella popolazione psichiatrica le insicurezze e i deficit inerenti al comportamento interpersonale. Lazarus giunse tuttavia, in un secondo tempo, a criticare molte tecniche di terapia comportamentale utilizzate da Wolpe. Egli non rinnegò queste tecniche, ma le integrò con altri metodi psicoterapici, principalmente di matrice cognitivista. Egli
riteneva, infatti, che la terapia ideata da Wolpe fosse efficace, ma solo nel trattamento di soggetti che manifestavano difficoltà in certe aree problematiche.
Lazarus definì il comportamento assertivo come una competenza sociale, la cui mancanza era dovuta a strategie comportamentali che non assicuravano piena padronanza della realtà sociale, come la rigidità, l’incapacità di adattarsi e il possedere un repertorio comportamentale limitato. L’autore riteneva che la mancanza di alternative comportamentali potesse essere considerata come un deficit sociale, che giocava un ruolo principale nell’insicurezza. La terapia era, dunque, volta ad acquisire certe competenze sociali.
Lazarus identificò quattro gruppi di abilità, considerate proprie delle personalità assertive, che ritenne essere condizioni necessarie, benché non sufficienti, per condurre una vita appagante:

  • La capacità di parlare apertamente dei propri desideri e bisogni
  • La capacità di dire “No”
  • La capacità di parlare apertamente dei propri sentimenti, positivi e negativi
  • La capacità di stabilire contatti, di cominciare, mantenere e finire una conversazione

Sulla base di ciò, egli distinse i comportamenti assertivi da quelli aggressivi, focalizzandosi, nella sua pratica clinica, sulla trasformazione delle modalità comunicative aggressive in modalità socialmente accettabili.

Gli studi di Lazarus hanno influenzato lo sviluppo della terapia cognitiva. Nella loro pratica clinica diversi terapeuti hanno utilizzato il training assertivo con l’aggiunta di tecniche cognitive, come la correzione di modalità disfunzionali di processamento dell’informazione. Alcuni esponenti del cognitivismo hanno ricondotto l’insicurezza all’esistenza di certi errori cognitivi che portano a conclusioni erronee e irrazionali, così come l’attenzione selettiva, le conclusioni arbitrarie, l’ipergeneralizzare, il sovrastimare o sottostimare certe informazioni. Dal momento che le modalità di pensiero dei pazienti erano caratterizzate da convinzioni irrazionali su loro stessi e sul mondo circostante, vennero aggiunte al training assertivo tecniche cognitive per identificare i pensieri disfunzionali, valutare la validità delle conclusioni e la desensibilizzazione. Beck, Freeman e Davis
applicarono con successo il training assertivo nel trattamento del disturbo borderline di personalità, nelle tossicodipendenze, nel disturbo bipolare e in altri disturbi di personalità.
Robert E. Alberti e Michael L. Emmons (1974) idearono il primo training assertivo rivolto all’attivazione di potenziale e non al trattamento clinico di disturbi psichiatrici. Essi enfatizzarono l’importanza dei diritti di ciascun essere umano, a prescindere dal suo status sociale. Secondo gli autori, ognuno ha il diritto di essere padrone della propria vita e di agire secondo il suo personale interesse e secondo le sue credenze, nonché di esprimere liberamente il suo punto di vista e i suoi sentimenti. Il principale obiettivo del training creato da Alberti ed Emmons era quello di aiutare le persone ad agire sulla base dei propri irrevocabili diritti personali. Lo sviluppo dell’autostima e di uno stile comportamentale assertivo non erano considerati, dunque, solo desiderabili, ma anche necessari per tutti i soggetti.
Nel 1981 Arnold P. Goldstein sviluppò una serie di esercizi volti ad acquisire certe competenze sociali. Questi esercizi erano rivolti a soggetti con difficoltà di apprendimento che venivano erroneamente ricondotte a deficit intellettivi, invece che a difficoltà relazionali. Tra gli esercizi ideati vi erano: osservare l’interlocutore, esprimere disaccordo, fare richieste, rispondere alle critiche, relazionarsi con persone insistenti, parlare in pubblico, etc.
Aldo Galeazzi, nel 1994, a seguito di un esame dei dati emersi nelle diverse ricerche inerenti al costrutto assertività, indicò le seguenti componenti come proprie del comportamento assertivo:

  • Assertività Positiva – capacità di esprimere e ricevere manifestazioni di approvazione, stima e affetto
  • Assertività Negativa – capacità di esprimere la propria disapprovazione o le proprie critiche ad altri in modo costruttivo
  • Difesa dei propri diritti – capacità di proteggere i propri diritti e di rifiutare richieste irragionevoli che ledono la propria libertà
  • Assertività di iniziativa – capacità di risolvere problemi e soddisfare bisogni personali: saper avanzare richieste, chiedere favori, etc.
  • Assertività Sociale – capacità di interagire con le altre persone e di stabilire nuove relazioni, che richiede la competenza nell’iniziare, continuare e concludere una conversazione nelle varie interazioni sociali
  • Direttività – attitudine ad assumersi le proprie responsabilità e capacità di guidare gli altri nelle situazioni interpersonali problematiche

L’assertività e gli Stili Comportamentali

Il costrutto dell’assertività viene descritto lungo un continuum che vede ad un polo il comportamento passivo e, al suo opposto, il comportamento aggressivo, laddove entrambi rappresentano comportamenti anassertivi. L’assertività viene rappresentata nell’area intermedia, come comportamento funzionale e adattivo.

ASSERTIVITÀ
PASSIVITÀ <—————————————————————————->AGGRESSIVITÀ

 

Gli individui che presentano uno stile comportamentale passivo presentano difficoltà nell’affermare le proprie idee, nel fare e rifiutare richieste, nell’esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni. Questi soggetti tendono a mettere da parte le loro esigenze e a non far valere i propri diritti; manifestano, inoltre, difficoltà nel prendere decisioni, anche perché temono di sbagliare. Spesso alla base di questo stile comportamentale vi è la credenza che gli altri siano migliori, di conseguenza i soggetti con stile passivo hanno spesso bisogno dell’approvazione degli altri e temono il giudizio altrui.
Le credenze alla base dello stile comportamentale passivo sono:

  • I bisogni degli altri sono più importanti dei miei
  • Il timore che le proprie azioni non producano risultati positivi – credenza di non avere le capacità di risolvere il problema dato
  • Il timore di perdere il controllo di sé stessi e di comportarsi in modo poco lecito

Mentre gli scopi del soggetto con stile comportamentale passivo sono:

  • Evitare i conflitti, avendo la credenza di non saper gestire le conseguenze
  • Evitare di essere abbandonati
  • Evitare rimproveri, critiche e colpevolizzazioni
  • Essere accettati dagli altri

Paolo Meazzini, nel 2000, stilò una lista dei costi e dei benefici del comportamento passivo, sottolineando come i vantaggi identificati dal soggetto fossero in realtà solo credenze.

VANTAGGI:

  • Evitare conflitti nel breve periodo
  • Ottenere con più facilità l’approvazione degli altri
  • Assumere minori responsabilità
  • Esercitare un controllo sugli altri con messaggi colpevolizzanti di tipo manipolatorio

COSTI:

  • Conflitti nel lungo periodo
  • Rinunciare ad essere sé stessi
  • Frustrazione nel caso non si riesca a raggiungere il risultato sperato
  • Inimicizia dovuta a un comportamento manipolatorio e colpevolizzante verso gli altri
  • Scoppi di ira repentini e incontenibili
  • Progressiva perdita di autostima, in quanto si vorrebbe esprimere il proprio punto di vista, ma si è bloccati da freni inibitori
  • Rinuncia ad affrontare il proprio problema

I soggetti con stile comportamentale aggressivo tendono, invece, ad affermarsi con arroganza e prepotenza, senza tenere in considerazione le opinioni e i bisogni degli altri, a non rispettare i diritti altrui, a considerarsi migliori degli altri, a giudicare e criticare gli altri, ad utilizzare strategie svalutanti e colpevolizzanti, a non accettare di poter commettere un errore; presentano, inoltre, difficoltà nel chiedere scusa.
Le credenze alla base di questo stile comportamentale sono:

  • che gli altri si devono adeguare alla volontà del soggetto aggressivo
  • che è giusto sfogare la propria rabbia
  • che con le maniere forti si ottengono più risultati

Gli scopi perseguiti dal soggetto con stile aggressivo, invece, sono:

  • Dominare gli altri, considerati inferiori
  • Essere riconosciuto come unico e speciale
  • Proteggersi dagli altri, considerati nemici, ed evitare di mostrarsi vulnerabili
  • Ottenere ciò che si desidera, anche a costo di prevaricare gli altri

Meazzini identificò anche costi e benefici dell’adozione di uno stile comportamentale aggressivo.
VANTAGGI:

  • Ottenere risultati nel breve periodo
  • Sentire di dominare la situazione
  • Percepire sé stessi come forti ed apprezzati dagli altri
  • Rimandare un’immagine di sé come forti, decisi e capaci

COSTI:

  • Inimicizie dovute a un reiterato comportamento aggressivo
  • Rapporti interpersonali basati sul timore
  • Perdita di autocontrollo, che costituisce un modello educativo fallimentare
  • Stress causato dalla costante attenzione per il comportamento degli altri al fine di “attaccare prima di essere attaccato”

I soggetti con stile assertivo sono disponibili alla negoziazione e al compromesso, riconoscono la propria libertà e quella degli altri, rispettando, quindi, sia i propri diritti sia quelli degli altri. Gli individui con stile assertivo esprimono i propri bisogni e le proprie emozioni, e si assumono la responsabilità delle proprie azioni. Questi soggetti si pongono in modo non svalutante, ma collaborativo; accettano il punto di vista dell’altro, ma prendono autonomamente le loro decisioni, non lasciandosi manipolare; e sono in grado di fare e ricevere critiche costruttive.
Meazzini identificò costi e benefici del comportamento assertivo.
VANTAGGI:

  • Rapporti sociali saldi
  • Raggiungimento dei propri obiettivi
  • Stima degli altri
  • Immagine di sé positiva

COSTI:

  • Difficolta ad acquisire lo stile assertivo, modificando le proprie abitudini comunicative
  • Rischio di vedersi attribuiti sentimenti e intenzioni non proprie

È importante sottolineare che non esistono persone assertive, ma solo comportamenti assertivi. Un soggetto può, infatti, presentare risposte comportamentali prevalentemente passive, aggressive o assertive (Giannantonio, Boldorini 2002); oppure può adottare un diverso stile comportamentale a seconda delle circostanze. L’assertività viene dunque definita situazionale (Bonenti, Meneghelli 1992), poiché, in alcuni casi, potrebbe risultare più utile al raggiungimento di uno scopo l’adozione di una risposta comportamentale aggressiva o passiva.

Il Training Assertivo
Fase I – Valutazione
La prima fase di Assessment è volta ad individuare lo stile comunicativo e comportamentale del soggetto, nonché le sue modalità di entrare in relazione con gli altri.
Una prima valutazione può essere fatta tramite la somministrazione di alcuni strumenti:

  • La Scale of Interpersonal Behavior – SIB di Arrindal et al. (2004), volta a valutare il comportamento assertivo e interpersonale. Il soggetto deve valutare quanto spesso gli capita di adottare un certo comportamento e il grado di disagio esperito nel metterlo in atto.
  • Il COMPASS di Chrone e Schimmelpfenning (1980), composto dalla descrizione di 30 situazioni sociali e della reazione di un individuo alla situazione stessa. Il soggetto deve indicare se la modalità adottata nella situazione è Passiva (AN), Aggressiva (AG) o Assertiva (AS).
  • Il Rathus Assertiveness Schedule – RAS (Rathus 1973; Galeazzi 1990), volto a valutare la probabilità stimata dal soggetto di adottare un certo comportamento. Lo strumento è composto da 30 item inerenti ad aspetti relativi ai rapporti interpersonali.
  • L’Assertion Inventory – AI (Gambrill e Richey 1975; Nisi et al. 1986), composto da 40 item che descrivono situazioni sociali potenzialmente difficili da gestire e un comportamento adeguato alla data situazione. Il soggetto deve stimare il grado di disagio esperito nella situazione e la probabilità di mettere in atto il comportamento assertivo descritto.
  • Profilo di Assertività (Gillen, 1992), che permette di identificare lo stile comportamentale prevalentemente adottato dal soggetto.
    Innanzitutto è necessario individuare i fattori che impediscono al soggetto di mettere in atto un comportamento assertivo. A tal fine vengono assegnati al paziente compiti di automonitoraggio, così da individuare le situazioni specifiche in cui si sono verificate comunicazioni anassertive, per poi risalire agli scopi e alle credenze alla base del comportamento anassertivo e riconoscere
    eventuali fattori di mantenimento. Si cerca, quindi, di ricostruire con il paziente, tramite il modello ABC, le situazioni specifiche in cui hanno avuto luogo comunicazioni problematiche, identificando antecedenti, pensieri automatici, emozioni e comportamenti, per indagare gli obiettivi. Si domanda poi al paziente cosa avrebbe voluto ottenere nella situazione, che comportamento alternativo avrebbe potuto mettere in atto e quali pensieri ed emozioni gli hanno impedito di ottenere ciò che voleva.
    Inoltre è opportuno indagare che funzione abbia finora avuto il comportamento anassertivo nella vita del paziente, quindi come sia stato appreso, quali fattori lo abbiano mantenuto e in che situazioni si sia rivelato utile. Tramite il Laddering, invece, si ricostruiscono con il paziente le implicazioni negative e/o gli stati d’animo temuti nella situazione specifica e il significato che egli attribuisce ad essi (“se questo accadesse cosa significherebbe per Lei? Perché non Le piacerebbe?”).

Fase II – Creare la Motivazione al cambiamento
Nella seconda fase del training è importante portare il paziente a domandarsi se il comportamento anassertivo che mette in atto è davvero funzionale a proteggersi dalla minaccia temuta o se invece può rivelarsi inutile o addirittura controproducente. Si pone, inoltre, l’accento sui costi che il comportamento anassertivo comporta, al fine di promuovere un cambiamento nello stile comportamentale del soggetto. Si costruisce, poi, un’alternativa comportamentale da mettere in atto nella specifica situazione e si valutano costi e benefici sia del comportamento anassertivo sia di quello alternativo. È, inoltre, fondamentale portare il paziente a riflettere sulle motivazioni che lo spingono ad evitare la minaccia temuta. A tal fine è possibile utilizzare la tecnica del doppio standard modificato, per mettere in evidenza i diversi criteri di giudizio che il paziente applica a sé e all’altro rispetto alla situazione specifica.
Infine è utile preparare il paziente alle conseguenze che potrebbe comportare l’adozione di uno stile assertivo nei rapporti interpersonali, inclusi quelli familiari. Infatti alcune persone potrebbero
sorprendersi nel riscontrare un cambiamento e dare maggior valore agli aspetti negativi che questo comporta per loro stesse (ad esempio ricevere un “No”).
Fase III – RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA
La terza fase del training è caratterizzata dalla ristrutturazione cognitiva. In essa, dunque, vengono messi in discussione i pensieri disfunzionali emersi nelle fasi precedenti. Questi pensieri a volte potranno essere eliminati, altre volte, invece, sarà necessario metterne in dubbio il carattere di assolutezza, articolandoli meglio (ad esempio: “questo può succedere, ma non è così certo che accada o che sarà sempre così”). Dunque, i pensieri disfunzionali devono essere ristrutturati verso una maggiore veridicità, una maggiore utilità rispetto al raggiungimento dei propri scopi e un maggiore stimolo verso una responsabilità individuale e un atteggiamento personale proattivo.
Francesca Baggio (2013) ha indicato specifiche domande, utili a una riflessione che conduca a:

  • Pensieri e ipotesi realistiche o corrispondenti al vero:
    – È vero ciò che penso? Quali sono i dati che sostengono la mia ipotesi? Ci sono altre spiegazioni del perché il soggetto X si sia comportato in un certo modo o abbia detto una certa cosa?
    – Può non essere del tutto vero ciò che penso? Ci sono altre possibili spiegazioni di come sono andate o andranno le cose? Ci sono dati che falsificano la mia ipotesi? Esistono prove in disaccordo con la mia iniziale interpretazione del suo comportamento o del suo discorso?
    – Ci sono aspetti che non sto tenendo in considerazione o che sto esagerando? Ci sono altri punti di vista che possano farmi guardare ai fatti, alla persona o alla relazione in modo diverso, più articolato?
    – Sulla base di quanto emerso da queste domande, quali potrebbero essere pensieri e interpretazioni più realistici e corrispondenti al vero su quanto è accaduto o accadrà?
  • Pensieri e ipotesi utili, funzionali al raggiungimento degli scopi e a favorire comportamenti assertivi:
    – Questo mio modo di pensare mi è utile ad ottenere ciò che desidero?
    – Questo mio modo di guardare ai fatti, all’altro e al futuro mi fa stare bene?
    – Questi pensieri mi aiutano a comportarmi come desidererei, a dire ciò che vorrei dire e ad agire nel modo (assertivo) che mi piacerebbe fosse più mio?
    – Sulla base di quanto emerso da queste domande, quali potrebbero essere pensieri ed interpretazioni più utili e funzionali inerenti a cosa è accaduto o accadrà?

Una responsabilità individuale e a un atteggiamento proattivo, volto a risolvere problemi e gestire meglio le situazioni:
– Data la situazione cosa posso fare io? Cosa posso decidere di fare io, dato che le cose stanno così?
– Cosa posso aver fatto io che ha influenzato il crearsi di questa situazione? Posso avere anche io contribuito, magari senza volerlo o saperlo, al comportamento dell’altro? Se sì, cosa posso fare di diverso ora o la prossima volta?
– Sulla base di quanto emerso da queste domande quali potrebbero essere atteggiamenti più utili e funzionali?
Durante questa fase del training è necessario, al fine di produrre un cambiamento significativo, rimuovere ciò che ostacola l’adozione di uno stile assertivo, dopo averlo identificato nelle fasi precedenti. Tra questi ostacoli vi è innanzitutto l’immagine che il soggetto ha di sé: nel caso di uno stile passivo si potrà riscontrare una tendenza alla svalutazione di sé, mentre nello stile aggressivo è ravvisabile una tendenza all’ipervalutazione di sé. Altri ostacoli possono essere identificati in convinzioni disfunzionali che portano a confondere il proprio valore con l’esito di una prestazione o con il giudizio degli altri; a temere i rischi che derivano dall’assunzione di responsabilità; a ritenere
che l’altro debba leggere la nostra mente; a sottovalutare i propri meriti e a non dare importanza ai propri diritti.
Per rimuovere questi ostacoli è utile:

  • Portare il soggetto a comprendere che il giudizio dell’altro non è un’informazione sul proprio valore e non ha carattere di certezza; inoltre portare il soggetto a distinguere il proprio valore personale dalla prestazione che viene valutata.
  • Promuovere l’utilizzo di termini come “ritengo” o “desidero” invece di “devo” o “è bene che”, e allo stesso modo passare da “ non posso” a “preferisco”.
  • Rimuovere dal soggetto l’aspettativa che l’altro legga la sua mente (“se ci tiene a me, dovrebbe capire cosa desidero”)
  • Aiutare il soggetto a riconoscere i propri bisogni e dar loro il giusto valore; riflettere sui propri diritti, stilare una propria carta dei diritti inviolabili ed eventualmente rimuovere la credenza che equipara l’avere diritti all’essere egoisti.

Per promuovere l’adozione di uno stile assertivo, il terapeuta può utilizzare simulate volte a costruire o potenziare le componenti deficitarie riscontrate, come ad esempio:

  • L’incapacità a riconoscere le proprie emozioni o a comunicarle
  • La difficoltà nell’utilizzo di messaggi-Io
  • La difficoltà ad esprimere le proprie opinioni o le proprie critiche
  • Le difficoltà nel fare richieste o nell’esprimere i propri bisogni
  • La difficoltà nel rifiutare richieste

La difficoltà nel gestire i conflitti
È, infine, opportuno monitorare gli effetti del training assertivo per valutare l’emergere di eventuali difficoltà e far sì che l’apprendimento dello stile assertivo sia stabile.

Sitografia
http://www.therapy.co.il/Andrew%20Salter.pdf
http://www.assertivamente.it/index.php/assertivita/
http://www.stateofmind.it/2014/11/assertivita-comportamento/

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